Le radici del Soft Power in Italia – Estratto da “Il Soft Power dell’Italia” di Giuliano da Empoli – Marsilio, 2017

Le radici del Soft Power in Italia – Estratto da “Il Soft Power dell’Italia” di Giuliano da Empoli – Marsilio, 2017

Per quanto sia stato coniato solo recentemente, il termine “Soft Power” descrive in realtà un fenomeno antichissimo: il fascino che la cultura e le istituzioni di alcuni stati esercitano sugli altri e la loro capacità di utilizzarlo per raggiungere i propri scopi sulla scena internazionale, siano essi di natura politica, economica o di altro genere.

Se vogliamo risalire alle radici del Soft Power italiano, non possiamo limitarci a passare in rassegna le diverse burocrazie che formano, oggi, l’apparato della diplomazia culturale del nostro paese. Dobbiamo, al contrario, tornare indietro di qualche secolo.

Il grande storico francese Fernand Braudel ha descritto in un libro magnifico, «il modello italiano», il nostro Grand Siècle, il periodo tra il 1550 ed il 1650 in cui la cultura italiana si irradia in Europa come mai prima di allora.

Il paradosso di quella fase è che arriva dopo i secoli del nostro dominio sui mercati e sulle banche. Braudel parla di «splendore dopo lo splendore». «Quali metafore – si chiede – potrebbero descrivere l’influenza del tempo di Lorenzo il Magnifico o di Michelangelo? Delle gocce d’acqua pura che schizzerebbero appena l’Europa, dei ruscelli […]. Definirli fiumi sarebbe già troppo. Al contrario, durante questo Grand Siècle italiano, è al mare infinito che dovremmo chiedere in prestito le nostre immagini». Non è un giudizio di valore. È una semplice constatazione. Se, fino a quel momento, la cultura italiana era rimasta un fenomeno d’élite, limitato alle corti più illuminate d’Europa, a partire dalla metà del Cinquecento si trasforma in un delirio (quasi) di massa.

Al punto da suscitare polemiche simili a quella che solleva, oggi, l’americanizzazione dei consumi. In Inghilterra, i gentiluomini che si rifanno all’esempio del Cortegiano di Castiglione vengono accusati di scimmiottare lo straniero, smarrendo le patrie virtù guerresche. In Francia, si dice che non esista nulla di peggio di «un français italique» e ci si scaglia contro l’importazione di parole italiane nel linguaggio corrente. Addirittura sembra che la Fronda, la rivolta contro il primo ministro di Anna d’Austria, il cardinale italiano Mazzarino, sia nata proprio in occasione della prima rappresentazione dell’Orfeo di Luigi Rossi, una superproduzione che suscita polemiche infinite per lo sfarzo eccessivo in tempi di crisi.

L’egemonia culturale italiana non si sviluppa solo perché il nostro paese continua a sfornare geni e capolavori. Ma anche – e forse soprattutto – perché in quel periodo il Bel Paese inventa l’industria culturale. Perduto il primato sui mari, dismesse le attività finanziarie, abbandonate le ambizioni militari, la cultura diventa “il grande affare italiano”. Oltre alle storiche capitali, Roma, Firenze, Venezia, emergono i primi distretti specializzati in grado di rifornire l’Europa di tutto ciò che costituisce una vita civilizzata. I versanti prealpini producono capomastri, scultori e stuccatori; Milano musici e violinisti; Cremona fabbrica liuti e violini; Mantova forma attori e commediografi.

Ma, al di là delle singole produzioni, ciò che colpisce è che in quella fase l’Italia inventa i format. Istituisce i modelli e fonda le istituzioni che, dappertutto imitati, formeranno la spina dorsale della vita culturale di tutti i paesi del mondo fino ai giorni nostri.

A Roma, Giulio II crea sul colle del Belvedere il nucleo di quella che diventerà la più ricca collezione di antichità del mondo, i Musei Vaticani. A Firenze, il granduca Cosimo I riprende l’esperienza delle scuole del Rinascimento per dare vita alla prima Accademia delle Belle Arti della storia. A Venezia viene costruito il primo teatro dell’opera, il San Cassiano. E proprio lì, nasce anche lo show business moderno quando, nel febbraio del 1637, una compagnia di attori e cantanti romani prende in affitto il teatro per offrire spettacoli a un pubblico pagante. Fino a quel momento, l’opera era riservata alle grandi cerimonie. Ora, per la prima volta, chiunque può entrare comprando un biglietto. E poi, dappertutto, nascono collegi riservati all’educazione del ceto nobiliare: una fittissima rete di scholae che diventano un punto di passaggio obbligato per i gentiluomini di tutto il continente.

È questo il punto decisivo. La capacità di fare leva sul patrimonio per reinventare il proprio ruolo nel mondo. Non da custodi. Da innovatori. Da imprenditori. E perché no, da maestri.

Ci hanno raccontato l’Italia del Grand Tour come una sfilata di aristocratici britannici che si crogiolano tra le rovine mentre, sullo sfondo, un pastorello ciociaro pascola le pecore. I primi a rappresentarlo così sono stati gli stessi granturisti, affezionatissimi ai loro versi e agli acquerelli bucolici.

Nulla potrebbe essere più lontano dalla realtà. Gli italiani sono stati i protagonisti attivi di quella stagione, non dei semplici destinatari. A partire dalla seconda metà del Cinquecento, il nostro paese ha cominciato a proporsi consapevolmente come polo di attrazione e di formazione per le élite europee.

Lo ha fatto tutelando il suo patrimonio, raccogliendolo in musei e collezioni, istituendo scuole e accademie, aprendo teatri e luoghi di spettacolo. Ergendosi a modello di tutto ciò che, all’epoca, meritava di essere ammirato (e di tutto ciò che meritava di essere goduto).

Com’era prevedibile, i forestieri non si sono fatti pregare. Hanno risposto all’appello, in numeri sempre maggiori, perché non aspettavano altro che l’occasione di immergersi nella meraviglia italiana. Ne avevano tanto sentito parlare. Gli eserciti erano rientrati dalle loro funeste campagne ricchi di racconti strabilianti. I principi si erano fatti costruire palazzi di fogge nuove, per poi riempirli di mobili e di quadri provenienti d’oltralpe. Di tanto in tanto, qualche mercante di affacciava dalle loro parti, ma mai avrebbero immaginato che si spalancasse la possibilità concreta di scoprire l’Italia, cuore pulsante della civiltà dell’epoca, patria riconosciuta di tutte lo mode e di tutte le eleganze.

Invece, grazie alla pace che regna in Italia a partire dal trattato di Cateau-Cambrèsis del 1559, l’opportunità c’è. I primi viaggiatori iniziano ad affacciarsi nella Penisola in quel periodo. Alcuni per studio, altri per semplice diletto. È, almeno da principio, un fenomeno di élite, ma i numeri sono impressionanti.

Nella sola Università di Padova, gli iscritti dalla “nazione germanica” nella seconda metà del Cinquecento sono più di seimila. A Parma, un secolo dopo, gli stranieri rappresentano il 38% degli iscritti. Da allora, il flusso degli stranieri cambierà più volte natura, ma non si interromperà più. È nato un altro format globale: il turismo.